Le 10 divise NBA più belle degli anni ’90

Sono sul divano. Forse dovrei fare qualcosa ma non ricordo bene cosa. Forse dovrei fare qualcosa in generale nella vita. Questo ormai è assodato. Sinceramente sono un po’ scosso. Nella vita? Sì, sicuramente nella vita, ma sono scosso proprio ora, in questo momento. Ho appena finito di vedere la quarta puntata di “the last dance” e penso avrò bisogno di qualche minuto per riprendermi. Dalla vita? Beh, forse anche da quella. Mi hanno turbato tante cose: la musica, i vestiti, le immagini. Anche proprio la qualità delle immagini, non del tutto definite, con quei pixel vaganti da tubo catodico anni ’90, che creavano una patina attorno ai giocatori e alle scene che ai tempi erano sinonimo di nausea e mal di testa, adesso invece di un nostalgico affetto, quasi una magia. La magia che l’NBA, le sue storie, i suoi interpreti mi suscitavano. Ero uno di quelli che sognava l’America. E tutt’ora continuo a sognarla, seppur in modo diverso. Negli anni ’90 sono cresciuto con quel mito. Il mito dell’NBA. Di quel periodo ricordo varie cose. La delusione negli occhi di mio padre quando gli dissi “ehi babbo, bello il calcio eh, ma non fa per me. Io vorrei giocare a basket”. La faccia del giornalaio di via Calatafimi (Campo di Marte down-town) al quale tutti i santi giorni chiedevo “è arrivato American Superbasket?“. Il “mamma butta la pasta!” di Coach Dan Peterson su Italia 1. La top 10 schiacciate di NBA action, unica trasmissione sul basket, che davano su Tele Monte Carlo il venerdì alle 23.00 o la partita del sabato alle 14.00. I VHS che tiravi fuori dal lettore con le finals registrate sopra dalla mamma che la notte si doveva ricordare di alzarsi per andare a premere rec. Quel sistema paleolitico di Televideo (che mia nonna ancora consulta) che usavi per controllare risultati e classifiche. Ricordo l’effetto che l’NBA e tutto ciò che ad essa era collegato mi faceva. Sognavo l’America e la vivevo come un posto magnifico, un posto lontano, quasi un altro pianeta dove il futuro, come lo immaginavo, lì era scintillantemente presente. Ok allora, ho scritto abbastanza righe introduttive per arrivare al dunque: bla bla bla, ho deciso di fare una 10 sulle migliori divise NBA anni ’90.

10. Milwakee Bucks

Prima che Steven Curry cambiasse drasticamente ed irreversibilmente il modo di giocare a basket, se parlavi di tiro da 3 pensavi ad un unico giocatore: Ray Allen. L’infallibile cecchino iniziò la carriera nei Bucks, selezionato al draft 1996 come quinta scelta. Qui giocò fino al 2003. Il periodo di quei Bucks non fu dei più esaltanti ma la alternate jersey che tirarono fuori dal cilindro fu destinata a rimanere nella memoria degli appassionati.

9. Orlando Magic

Scelto al draft 1993 dai Golden State Warriors e subito scambiato, nella notte con la prima scelta assoluta, fatta da Orlando, Chris Webber. Anfernee Deon “Penny” Hardaway, guardia, nell’anno ’93/’94 in coppia con un certo Shaq, contribuì a portare gli Orlando Magic in Finale NBA, persa 4 a 0 contro i Rockets, campioni in carica. La maglia, personalmente, la ricordo sicuramente addosso a Shaq, che però si fece ricordare sicuramente di più indossando quelle di altre franchige. Quindi diamo ad Hardaway ciò che è di Hardaway.

8. Denver Nuggets

Ricordo ancora che quando si assegnavano i numeri, noi ragazzini ce li litigavamo sempre. Tutti volevano il 23. Uno riusciva a prenderlo. Gli altri si azzuffafano per ciò che restava: il 3 di Iverson, l’8/24 di Kobe, il 32 di Shaq… Non capisco ancora oggi perchè nessuno volesse il 55. Quando sento parlare di Basket, troppo poco spesso viene nominato Dikembe Mutombo. La cultura di chiunque si affacci al basket non può prescindere dall’avere nozioni su questo immenso giocatore

7. Phoenix Suns

Ho riniziato a giochicchiare a Basket. Tutte le volte che solco il parquet mi sento come Charles Barkley in Space Jam: senza il talento. La maglia è minimale, semplice, diretta. Anni ’90 sì, ma ancora attualissima. Veramente una gran maglia.

6. Detroit Pistons

Con questa maglia, per la prima volta la squadra del Michigan, si ispira al soprannome della Città di Detroit; Motor City. Il rimando principale sono i due tubi di scappamento da cui escono le fiamme. Appare per la prima volta anche la grafica del Flaming Horse. Oltre il logo anche l’accostamento dei colori e le rifiniture contribuiscono a rendere questa canotta unica.

5. Atlanta Hawks

Ho scelto la divisa con il numero 8 di Steve Smith per non metterne due di Dikembe Mutombo però… Sì, mi sono già espresso sull’amore incondizionato che provo per questo giocatore. Gli Hawks in quegli anni scelsero l’aquila come mascotte per rappresentarli. Resta sicuramente, anche a detta dei tifosi Hawks stessi, una delle più belle maglie della storia di questa franchigia.

4. Vancouver Grizzlies

Sono sicuro di aver visto questa canotta indosso a più di una persona ai vari eventi techno che ho bazzicato nella mia non troppo lontana gioventù. Devo dire che è abbastanza “gabberino” come stile, il dettaglio dei motivi simil-atzechi sugli elastici gli permette di raggiungere l’apice del tamarro. Ottima scelta di colori ed un logo centrato e diretto. Per me merita il primo gradino sotto il podio posto nella mia classifica personale, anche solo per i techno-ricordi che mi suscita.

3. Utah Jazz

Finals 1998. Utah Jazz – Chicago Bulls. Da una parte John Stockton e Karl Malone dall’altra Pippen, Rodman e MJ. Ma di cosa stiamo parlando esattamente? Chi non ha visto questa serie, non può dire di sapere cosa sia il basket. Tutte le volte che rivedo quelle finals, non c’è una volta che non pensi “Quanto cazzo erano belle quelle maglie?”.

2. Toronto Raptors

Negli anni ’90, dato il gran successo, l’NBA si espanse in Canada. Toronto scelse nome e logo sulla scia del successo planetario che in quegli anni ebbe il film di Steven Spielberg: Jurassic Park. L’america è anche questo. Dinosauri e basket? Perchè no. Non penso ci sia persona al mondo che immagina questa maglia indosso ad un giocatore diverso da Vince Carter il quale, mi dicono, giochi ancora…

1. Chicago Bulls

Potrebbero tirarmi fuori una maglia progettata da Leonardo da Vinci e dipinta da Michelangelo, ma non toglierebbe il primo posto a questa canotta. I bulls sono l’unica franchigia NBA a non aver mai cambiato il logo. Mai. Non è difficile trovarne il motivo. La ricerca della bellezza ossessiona l’essere umano da quando ne abbiamo memoria, ma quasi sempre ciò che rende il bello, sublime è quel pizzico di iconicità e di eternità che solo certi eventi o certe persone riescono ad imprimere. Queste persone sono solitamente dei semidei. Michael Jeffrey Jordan lo è? Si. Jordan lo ha fatto, ha imposto se stesso su tutto ciò che ha toccato. Questa canotta non è solo una canotta, è un icona, è una religione, è l’NBA. E forse, per certi versi, è anche più dell’NBA.

Published by: Matteo Innocenti

Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Firenze. Medico in formazione specialistica cialistica in Psichiatria. Iscritto alla Scuola di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale di Firenze. Esperto di Cambiamento Climatico e del suo effetto sulla salute fisica e mentale. Appassionato di Geopolitica. Se riesco a fare tutto in tempo faccio Sport. Assiduo frequentatore di campetti di basket. Quando sono triste ascolto musica Indie o dipingo autoritratti astratti. O faccio entrambe le cose. Sono perennemente alla ricerca di qualcosa, ma non ho ancora ben capito cosa.

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