Comunicazione, percezione del rischio e strategie di coping durante la pandemia da COVID-19

Tra i modelli socio-cognitivi postulati con il fine di studiare la psicologia della salute vi è la “Teoria della motivazione a proteggersi” (Protection Motivation Theory) (Rogers, 1983). Secondo tale teoria, la motivazione a proteggersi da una malattia è il risultato di una somma tra vari processi cognitivi tra cui la percezione della gravità della minaccia, della percezione di vulnerabilità personale e dell’efficacia della risposta di coping nel ridurre la minaccia.

Vediamo inanzitutto cos’è la percezione del rischio e in che modo nasce nella mente umana. La percezione del rischio è un processo cognitivo implicato in numerose attività routinarie e che orienta il comportamento degli individui davanti a decisioni che coinvolgono dei potenziali rischi. Include diverse dimensioni come le conseguenze sia immediate sia future e le loro implicazioni sia sul piano razionale ed oggettivo sia su quello emozionale e soggettivo. La ricerca ha più volte riscontrato l’esistenza di una discrepanza tra percezione soggettiva del rischio e valutazione oggettiva (Slovic, 2001). Capita infatti, in alcune circostanze, che le persone temano le attività in realtà non pericolose (o poco pericolose) e non temano, invece, delle attività pericolose o potenzialmente tali.

La percezione che le persone hanno del rischio è oggetto di studi psicologici che valutano le ragioni che stanno alla base di giudizi che queste attribuiscono alla rischiosità di diverse azioni. Vi sono molteplici motivazioni sul perché le persone percepiscono alcune attività rischiose ed altre meno, tale percezione è inoltre spesso vissuta in modo differente tra persone diverse (Slovic, 2001). Inoltre alcune persone hanno meccanismi di elaborazione di informazioni provenienti sia dall’esterno sia da ciò che nella loro mente è immagazzinato sotto forma di ricordi di esperienze pregresse differenti da altre; tali meccanismi vengono definiti euristiche (dal greco heurískō ‘trovo’). Le euristiche hanno un ruolo centrale nel definire la modalità con cui le persone arrivano a valutare il rischio, processo che nella stragrande maggioranza delle volte avviene a livello inconsapevole. Si è iniziato a studiare il concetto di percezione del rischio dal momento in cui si è appreso che è impossibile studiare dei comportamenti stereotipici che le persone hanno in risposta a rischi calcolati in modo oggettivo e quantificabile secondo basi razionali e calcolabili. Si è capito che la risposta comportamentale delle persone non è pertanto direttamente proporzionale alla gravità del rischio in sè per sè, quanto alla percezione propria che le persone hanno di questo rischio.

Continuando a studiare l’agito umano è maturata la consapevolezza che determinati fattori possano, a diversi livelli, influenzare tale percezione soggettiva, come ad esempio.

  • quanto controllo l’individuo può avere sugli eventi alla base della genesi del pericolo (ad esempio il controllo che ho se guido una macchina a discapito di quello che non posso esercitare se sono in aereo)
  • la volontà (ovvero se l’individuo si trova volontariamente o meno davanti alla situazione rischiosa) ;
  • la gravità delle possibili conseguenze
  • le tempistiche con cui il danno si realizza (avrò più paura di un evento con danni immediati che di un evento le cui conseguenze si verificheranno mesi o anni dopo)
  • la concentrazione del danno nel tempo
  • la dannostà dei danni e la loro frequenza
  • l’esposizione personale
  • la valutazione soggettiva costi/benefici (se l’esposizione al rischio implica contemporaneamente il guadagno di un potenziale beneficio la stima del rischio sarà inconsapevolmente inferiore)

La propensione al rischio inoltre è ritenuta essere maggiore se gli eventi vengono percepiti come controllabili mentre aumenta se vengono riteniti incontrollabili.

Affinchè la popolazione sviluppi una percezione del rischio efficace a contrastare la diffusione del virus sono necessari due ingredienti: una corretta comunicazione del rischio ed una corretta compresione del rischio (oltre ad una corretta campagna di promozione e una buona attuazione delle buone misure percauzionali)

Ecco che, se manca una corretta comunicazione, aumentano le insicurezze e le incertezze su quanto ci hanno detto. Iniziamo a fare più affidamento più sulle nostre sensazioni, sulle personali esperienze pregresse. Iniziamo a cercare fonti alternative, che ci diano una versione diversa che ci facciano smorzare la paura ed aumentare l’ottimismo. Ecco che si può incappare in strategie di coping errate, quali ad esempio il cosidetto “bias dell’ottimismo” che può portare ad un’errata percezione di sicurezza e la conseguente mancanza di giuste precauzioni.

Oltre che per la diffusione a macchia d’olio comportamenti errati (basati su proprie concezioni, sensazioni, convinzioni erronee) un eventuale substrato incerto e confusionario può trasformarsi in una coltura su cui far proliferare il fenomeno della disinformazione ( in gergo moderno le cosidette “bufale”). Assume, a fronte di questo fenomeno, un importanza ancor maggiore la chiarezza con cui certe notizie (inerenti l’entità del rischio) devono essere comunicate. Questo può comunque non bastare poiché fattori come la lontananza (sia temporale che spaziale) da certi eventi, l’assenza di una esperienza diretta (a tu per tu) con la minaccia, la necessità fisiologica di allentare lo stato di guardia, la ricerca di una speranza di una exit strategy (una fonte che mistifichi quanto mi stanno dicendo) possono influire pesantemente sulla percezione del rischio, riducendola drasticamente.

Ecco che, alla luce di quanto fin ora scritto, in epoca COVID la gestione di comunicazione e percezione del rischio diventano due punti cruciali per lo sviluppo di una adeguata motivazione a proteggere sè stessi e, contestualmente, gli altri dal divampare della pandemia. Per quanto riguarda la comunicazione del rischio, i ruoli cruciali sono rivestiti dagli organi istituzionali e dalla stampa. La comunicazione deve essere quanto più chiara ed efficiente possibile, deve essere un faro che illumina, senza paura, tutti i dubbi dell’ascoltatore in modo chiaro, così da non lasciare ombre, terreni fertili dove maleinterpretazioni, mistificazioni e fake news possono serpeggiare indisturbate e alimentare il caos. Chiara, da permettere alle persone di capire il rischio e ricordare le regole, ma anche ben calibrata e fatta da chi la comunicazione la sa fare, per non alimentare false speranze o trovare facili capri espiatori su cui riversare la rabbia. Senza eccessivi allarmismi ma anche non minimizzando l’entità del pericolo.

Trattandosi di comunicazione scientifica, gli organi maggiormente affidabili sono quelli deputati alla divulgazione di notizie di questo tipo; come ad esempio la World Health Organization. Baruch Fischhoff, professore alla Carnegie Mellon University , sostiene che dovrebbe essere utilizzato un approccio scientifico alla comunicazione del rischio “iniziando ad analizzare le decisioni che le persone devono affrontare, scoprire quali informazioni sono più critiche per loro, trovare ciò in cui credono attualmente, redigendo i messaggi in base a ciò che sappiamo su come comunicare cose diverse e quindi testandoli”.

Migliore è la comunicazione del rischio e migliore ne risulterà la sua percezione che, pur rimanendo caratterizzata da sfumature soggettive, sarà più vicina possibile all’oggettività. Per fare un esempio pratico: le mascherine. Ci è stato passato innumerevoli volte il messaggio dell’importanza dell’uso delle mascherine, ma siamo sicuri che tutti abbiano capito quali usare, come usarle e dove usarle? L’informazione oggettiva sulle norme comportamentali circa l’uso delle mascherine, complici errori di comunicazione e reinterpretazioni ottimistiche semplicistiche, è stata rivisitata in ottica soggettiva, spoglia da ulteriori specifiche che a noi sembravano supreflue e che la nostra memoria non ha immagazzinato. Abbiamo ridotto un messaggio completo a un semplice assioma: Ho la mascherina ergo sono protetto. Un po’ come quando leggendo la gazzetta ti fermi al titolo e all’immagine (tanto l’articolo parla della stessa cosa del titolo usando più parole). Non importa poi che tipo di mascherina indosso, se la porto tutto il tempo che sto fuori o solo una parte del tempo, se copro il solo la bocca, solo il naso, se la metto sopra il mento come portavo lo zaino alle medie solo su una spalla, se uso quella con il filtro che protegge me ma gli altri no (però vabbè è pur sempre una mascherina), se me la tocchiccio con la mani sporche perchè mi da fastidio. Ed ecco che la mascherina da dispositivo di protezione diventa una sorta di talismano. Una pietra filosofale da nascondere dentro il boccino nel caso incontrassi Lord Voldemort.

In stato di emergenza, sopratutto questo tipo di emergenza, una comunicazione corretta del rischio fa si che più persone possibili sviluppino una realistica percezione del rischio, punto cardine di una ottimale gestione di una pandemia che sta mettendo a dura prova un pianeta intero.

 

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