Cambiamento climatico e migranti: l’esempio dello Stato Insulare di Kiribati.

Le Nazioni Unite stimano che un numero enorme di persone, che attualemente si attesta ad oltre 70 milioni (1), sono ” forcibly displaced” ovvero hanno dovuto lasciare in modo forzato le loro abitazioni di origine divenendo così degli sfollati. Per fare un semplice paragone che dia un idea delle dimensioni della cosa: il numero totale di persone sfollate a causa della prima e della seconda guerra mondiale si aggira sui 65/68 milioni. Di questi 70 milioni di sfollati 41.3 sono gli “Internally diplaced people” (sfollati interni), ovvero gli sfollati che rimangono all’interno della loro nazione, mentre circa 25.9 milioni si sono trasferiti al di fuori dei loro paesi di origine e sono pertanto rifugiati. Un altro dato importante è che la stragrande maggioranza di queste persone è ospitata nei cosidetti paesi in via di sviluppo. (2). Il centro di monitoraggio ogni anno pubblica il Global Report of Internal Displacement. Secondo l’ultimo rapporto emanato, nel 2018 sarebbero stati registrati 28 milioni di nuovi sfollati interni, il più alto numero mai registrato. Secondo il report il 60% di queste migrazioni forzate è causato da fenomeni ambientali: più frequentemente da fenomeni meteorologici come alluvioni e siccità (87%) e nel 13% dei casi da eventi geofisici, come terremoti o eruzioni vulcaniche. Ogni anno dal 2008, oltre 20 milioni di persone sono state costrette a migrare a causa di condizioni meteorologiche estreme. Dal 2008 al 2014, oltre 157 milioni di persone. (3).

Le quote di sfollati per disastri distinte per eventi estremi (2008-2018). Fonte: IDMC, 2019

Attualmente il diritto umanitario internazionale non fornisce una chiara protezione verso le persone sfollate a causa degli effetti dei cambiamenti climatici. Sia per coloro che si sono spostati all’interno dei loro paesi di origine sia per chi ha dovuto oltrepassare i confini della propria nazione d’origine. Lo status di “rifugiato” è assegnato attualmente secondo i criteri della Concenzione di Ginevra. L’articolo 1 della Convenzione definisce “rifugiato” colui che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, cittadinanza, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori dal paese di cui è cittadino e non può o non vuole, per tale timore, avvalersi della protezione di questo paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del paese in cui aveva residenza abituale a seguito di siffatti avvenimenti, non può o non vuole ritornarvi, per il timore di cui sopra” (4).

Il Comitato per i Diritti Umani dell’ONU si è pronunciato il 21 gennaio scorso (5) ed ha portato all’attenzione dei Governi il tema, chiedendo valutare l’emergenza climatica tra le ragioni che impediscono di deportare i rifugiati nel Paese di provenienza concedendo loro asilo. La decisione stabilisce per la prima volta come il cambiamento climatico e problemi legati all’ambiente siano inseribili tra i pericoli alla vita e propone di inserire tra chi necessita di protezione anche chi è vittima del cambiamento climatico (6).

Allo stato attuale però chi è costretto a lasciare il proprio paese di origine per cause legate ai cambiamenti climatici quali, ad esempio, eventi meteorologici estremi o di inondazioni da innalzamento del livello del mare, potrebbero non essere ammissibili allo status di rifugiati, e quindi ritenuti migranti. Sono la stessa cosa? No. Anche se questi termini sono usati spesso usati come sinonimo nelle discussioni pubbliche, esiste una differenza giuridica fondamentale tra i due. Confonderli può portare a fraintendimenti nelle discussioni su asilo e migrazione. (7).

Le Small Island Developing States (SIDS)

https://www.sei.org/publications/pacific-climate-finance/

Gli effetti del cambiamento climatico stanno gradualmente mettendo a rischio l’intera popolazione mondiale. Con diversi tempi ed altrettanto diverse modalità. Alcuni stati sono più colpiti di altri. Alcuni lo saranno, altri ne stanno già vivendo le estreme conseguenze. Oggi vi parlerò di uno specifico gruppo di stati che è seriamente messo a dura prova dal cambiamento climatico: the Small Island Developing States. Gli Small Island Developing States (SIDS) sono un gruppo di paesi in cui vivono circa 2 milioni di persone e che si travano a fronteggiare simili sfide per lo sviluppo sostenibile, tra cui la vulnerabilità alle catastrofi naturali, la suscettibilità agli shock esterni e la crescente dipendenza dal commercio internazionale (8). All’interno di questo gruppo di stati vi è anche lo stato insulare di Kiribati.

Lo Stato Insulare di Kiribati

Le Kiribati (ufficialmente Repubblica delle Kiribati) sono uno stato insulare dell’Oceania che ospita circa 110 000 abitanti con capitale Tawara Sud. Si trovano nel bel mezzo del Pacifico, a cavallo dell’Equatore e della Linea Internazionale del cambio di data (9). Comprendono 33 isole, disperse su una zona marittima di circa 3550000 km² spartite in tre arcipelaghi assai distanti tra loro (arcipelago Gilbert, arcipelago della Fenice e Sporadi Equatoriali). Solo 21 di queste isole sono abitate in modo permanente.

fonte: Wikipedia

Attualmente, nelle isole Kiribati, gli effetti dei cambiamenti climatici sulla migrazione sono forse tra i più visibili e dannosi di tutto il pianeta. La conformazione di queste isole, che affiorano in maniera leggerissima sul filo dell’acqua dell’Oceano Pacifico, le rende uniche ed incantevoli ma al contempo estremamente vulnerabili al cambiamento. Il punto più alto di molte isole come South Tarawa infatti è solo un paio di metri sopra al livello del mare. Non è troppo difficile intuire come l’innalzamento delle acque degli oceani, provocato dal surriscaldamento globale, ne stia provocando la continua e inesorabile scomparsa per sommersione. Nel villaggio di Te Bikenikoora, di circa 400 abitanti, una quarantina di case sono state sommerse dall’acqua negli ultimi anni (10). Le registrazioni effettuate tramite altimetri radar permettono di affermare che in 25 anni, tra il 1993 e il 2018, la superficie degli oceani si è innalzata, mediamente, di 3,2 millimetri l’anno, con una crescita record di 4,8 millimetri l’anno dal 2014 al 2018. (11). Siamo dunque di fronte a un forte incremento in atto del fenomeno e questo potrebbe essere aggravato dalle tempeste che colpiscono la zona. A quanto sembra inoltre, la sommersione non è l’unico problema: la salinizzazione delle acque sta rendendo sempre più impraticabile la coltivazione dei campi che, anche a causa dei danni da tempeste di pioggia, stanno scomparendo. A causa dell’inabitabilità di zone sempre più ampie sono da tempo iniziate migrazioni interne: attualmente circa metà della popolazione di Kiribati (51 mila persone) vive adesso a Tarawa Sud, posta in una zona dell’atollo di Tarawa, che è larga 950 metri nel punto più ampio. La densità nell’insediamento è di circa cinquemila persone per chilometro quadrato, quella di Firenze è di 3.703/km².

Fonte: https://www.theguardian.com/world/2017/oct/23/waiting-for-the-tide-to-turn-kiribatis-fight-for-survival

Salinizzazione e aumento della densità nelle zone abitabili stanno pesantemente inficiando la reperibilità di acqua potabile, bene che in quelle zone sta diventando sempre “meno scontato”. Jeffrey Goldberg ha afferma, in un articolo scritto su Bloomberg BusinessWeek che uno dei problemi più gravi di Tarawa, conseguenza del sovraffollamento, è che gli abitanti vivono esattamente sopra alla principale falda acquifera dell’isola, creata dall’acqua piovana che filtra nel suolo e galleggia su una quantità maggiore di acqua salata. Questa falda si trova circa due metri sottoterra e fornisce gran parte dell’acqua potabile del piccolo stato. A causa delle loro abitudini, gli abitanti dell’isola contribuiscono alla riduzione delle risorse idriche inquinando tale falda: circa il 60 per cento della popolazione infatti, scrive Goldberg, defeca in mare e/o sopra la falda.

La situazione delle isole Kiribati è drammatica ed è una chiara dimostrazione di come gli effetti del cambiamento climatico possano più o meno indirettamente essere tra i fattori principali di un fenomeno migratorio che crescerà esponenzialmente negli prossimi anni e di tutto ciò che da questo ne deriverà. Gli abitanti rischiano di dover infatti affrontare sia le conseguenze dell’abbandono forzato della propria terra (psicologiche, sanitarie, ambientali, culturali) sia le difficoltà dovute alla migrazione in altri stati e all’integrazione all’interno di essi. Entrambe le azioni praticabili al momento quali mitigazione, tramite la riduzione delle emissioni di gas serra con conseguente benefico impatto sul surriscaldamento globale e adattamento, tramite monitoraggio continuo dei cambiamenti/danni e modifiche dell’assetto socio-economico in ottica più ecosistenibile, potrebbero non bastare.

Vi consiglio, se volete conoscere meglio la situazione di questo meraviglioso complesso di Isole, di guardarvi il docu-film canadese del 2018 Anote’s Ark  diretto dal regista Matthieu Rytz (13).

Matteo Innocenti M.D.

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