Covid e e-learning: insegnare a distanza.

Il semestre Spring 2020 era iniziato con ottime premesse, dato il gran numero di studenti iscritti ai vari programmi di study abroad a Firenze.

Classi gremite di giovani carichi di aspettative, pronti ad affrontare questo moderno Grand Tour che li avrebbe trasformati, per poco più di quattro mesi, in residenti fiorentini e viaggiatori europei. Un semestre impegnativo, che li avrebbe visti confrontarsi con diverse abitudini e una diversa cultura, con un approccio allo studio più “passionate” e meno rigoroso, ma ricco di nuovi e fecondi spunti di riflessione.e crescita. In ogni caso una manciata di mesi che avrebbe cambiato per sempre il loro modo di vedere le cose.

Si perché non tutti gli studenti provengono da New York o Chicago, anzi, la maggior parte di loro vive in zone scarsamente abitate, dove non ci si muove senza auto, e dove le città d’Europa sono viste da lontano e quasi sconosciute, sia che abbiano una torre pendente, una grande cupola, o canali d’acqua al posto delle strade.

Per questi ragazzi il semestre all’estero costituisce l’Esperienza, quel tempo irripetibile che porta davanti ai loro occhi mondi sconosciuti e nuovi, sempre intravisti su uno schermo, del cinema o della televisione.

Ed è per tutto ciò che ad ogni inizio semestre, per noi professori si rinnova la sfida: generare emozione, interesse, portare queste giovani menti a comprendere fatti e eventi lontanissimi dal loro presente, sia nel tempo, sia nello spazio. E il nostro obiettivo, ogni volta, non è ottenere il massimo dagli studenti scrupolosi e ligi che siedono ai primi banchi, ma da quelli buttati in fondo all’aula, quelli un po’ annoiati, quelli che si tengono la testa con la mano, quasi come se dovesse cader giù. Vedere nascere, in quegli occhi assenti e svagati, la scintilla della curiosità, la luce dell’interesse, è il vero motivo per cui facciamo questo lavoro.

E non è facile. Si perché un docente, soprattutto se formatosi nel sistema italiano, deve faticare e non poco per adattarsi al metodo americano, e non soltanto all’inizio, ma ad ogni semestre, con un sfida che si rinnova. Ogni argomento trattato, ogni figura presentata, deve essere contestualizzata e al contempo attualizzata, definita per esempi, comparazioni e contrasti. Nessuna informazione è data, e per tale ragione è necessario procedere ponendo interrogativi alla classe, facendo attività di gruppo, lasciando gli studenti liberi di chiedere e di esprimere le proprie idee a voce alta. E senza che se ne accorgano, noi professori riusciamo così a capire chi lavora a casa, chi ha interesse, chi riesce a giungere a una comprensione piena degli argomenti trattati.

La nostra gioia è vedere in quegli occhi distratti e annoiati, sfiduciati e indifferenti, un luccichio, una scintilla vitale, una scossa quasi fisica che in qualche modo ci rende per un momento parte di loro. Il nostro obiettivo non e trasferire nozioni, ma stimolare interesse, voglia di conoscere, è spostare il masso davanti all’entrata della Caverna di Platone.

E se riusciamo in questo arduo compito, a fine semestre vediamo questi giovani volti quasi trasfigurati. Vediamo occhi più aperti e sguardi più pensanti. Riceviamo abbracci, ascoltiamo pensieri, prendiamo fra le dita bigliettini di ringraziamento, vediamo i volti commossi di studenti felici di aver imparato tanto, consapevoli di essere così tanto cresciuti.

Questo semestre era iniziato così, con le stesse e con forse anche maggiori aspettative, perché più il mondo diventa tecnologico, più noi dobbiamo combattere per aiutarli a pensare.

Ma ecco che, su tutte queste nostre e loro aspettative e attese, l’arrivo del Covid-19 ha avuto l’effetto di una deflagrazione, di una bomba che, in modo del tutto inaspettato e con una forza centrifuga enorme, ha disperso tutti i nostri sforzi in un attimo, riportando tutti i nostri ragazzi a casa, lontano da qui.

In pochi giorni, sbigottiti, abbiamo visto le nostre classi vuotarsi, inizialmente con tre quarti dei ragazzi rimpatriati, poi, inermi abbiamo assistito alla chiusura temporanea delle scuole, fin quando ci siamo trovati vittime tutte di questo planetario lockdown.

Su questo sconforto, questo sbigottimento iniziale si è però subito impostata la vera questione, ovvero la necessità di portare avanti l’insegnamento a distanza per la restante parte di semestre. Ed è qui che è intervenuta quella tecnologia, molto spesso considerata dai docenti responsabile dello stordimento di questi ragazzi, che invece si è rivelata vitale permettendoci, tramite tante diverse piattaforme, e sistemi di comunicazione a distanza, di continuare l’attività di docenza da casa.

Le difficoltà e la mole di lavoro che noi docenti si sono trovati davanti, per riparare all’emergenza creatasi, non è tuttavia immaginabile. Professori con un elevato numero di corsi, soprattutto se distribuiti in quattro o cinque università diverse, si sono dovuti improvvisamente confrontare con il medesimo numero di sistemi di comunicazione online, sistemi e piattaforme fino a quel momento totalmente sconosciuti, e pertanto da tutte da imparare e conoscere, con uno sforzo evidentemente enorme.

Tralasciando i dettagli, ciò ha significato, e ancora significa, trascorrere intere giornate, da mattina a notte, davanti allo schermo di un computer. Ogni lezione, esercizio, compito, esame, ogni parola che prima scambiavamo con gli studenti in classe, è ora stata trasferita in rete, e ciò significa tempi enormemente dilatati per leggere e rispondere a centinaia di e-mail, per scrivere centinaia di feedback ad ogni esame, ad ogni assignment, ad ogni singola domanda postaci dai ragazzi. Tutto questo, evidentemente sommato al tempo necessario per preparare e tenere le nuove lezioni online, evidentemente assai diverse da quelle tenute regolarmente in classe.

Ma è nel momento del passaggio in rete che si è aperto uno scenario inaspettato; questi giovani, talora svagati e indifferenti, hanno dimostrato stanno dimostrando una umanità, una vicinanza, una dolcezza finora forse a noi sconosciute. Con una delicatezza impareggiabile, ripetutamente ci scrivono per ringraziarci, per chiederci se stiamo bene, se siamo in salute e al sicuro. Qualcuno di loro ha perso i propri cari e addolorato, ci scrive dicendoci di pregare per noi e per tutti color che ci hanno lasciato, e perché tutto questo finisca presto.

E tutti quanti ci ringraziano per il lavoro che svolgiamo, per la cura che abbiamo di loro. Tutti ci sono grati per ogni singola risposta che inviamo, per la possibilità che diamo loro, in questi giorni difficili, di continuare a imparare e soprattutto mantenere un legame con la città che tanto hanno amato.

Le parole di questi ragazzi ci scaldano il cuore, e quando la sera, stanchi dopo una giornata passata a sedere davanti allo schermo luminoso del computer, ci stropicciamo gli occhi e apriamo le spalle per stirare le braccia, pensiamo che tutta questa fatica in fondo non sia vana, perché tutta questa energia, tutta questa umanità e tenerezza, al di là della nostra competenza e al di là di ciò che insegniamo, deve pur avere un valore. Magari questa commozione, la vicinanza che sentiamo l’uno con l’altro, nonostante gli oceani che ci separano, possono servire a farci diventare migliori.

Ognuno a suo modo, anche se per ora davanti allo schermo di un computer.

Dr. Elisabetta Digiugno PhD, History of Art Professor in Florence

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