Come reagiamo ad un mondo senza sport? Atteggiamenti sociali e considerazioni sul congelamento del grande show

“The show must go on” cantava il grande Freddy Mercury nel momento più arduo della propria vita, quello che avrebbe interrotto poi definitivamente la sua sfolgorante avventura tra di noi.

Lo show, già: quel palco dal quale tutti attingiamo nei momenti meno frenetici della nostra quotidianità, e nel quale troviamo un diversivo, un intrattenimento ed un altro senso al mare quando è quieto e non galoppante ed ondivago. Un fattore che delinea più o meno le nostre esistenze in base ai nostri interessi, le nostre passioni e spesso le nostre “fissazioni”.

Calcio, pallacanestro, rugby, tennis, pallavolo: ogni disciplina è lo specchio di una cultura sociale, il ritratto di un particolare gruppo subculturale, che trasferisce i propri valori, le proprie aspettative, ed a volte le proprie frustrazioni, all’interno di un evento continuo e riecheggiante che scandisce il nostro tempo come un metronomo. Ma cosa succede quando questo ritmo viene bruscamente interrotto?

Si, perchè se è vero che lo spettacolo deve sempre e comunque continuare, è vero anche che sono bastati i primi 3 mesi del 2020 per capire che ci sono tempi per proseguire e tempi per fermarsi, e lo sport, nonostante il business miliardario che lo afferma come ormai uno dei settori economici più fruttiferi, ha dovuto dunque necessariamente arrestarsi, ed insieme ad esso anche abitudini e comportamenti che si erano radicati in noi talmente in profondità da mettere le radici nelle nostre convinzioni e nei nostri ideali di ordinarietà.

Ma facciamo un passo indietro. Fino al ventesimo secolo l’attività sportiva ed i correlati eventi erano visti più come un’evasione, un confronto campanilistico, un’occasione di svago da prendere alla leggera, piuttosto che un valore importante sul quale basare la propria esistenza ed una risorsa sulla quale costruire un tessuto economico, mentre con l’arrivo della comunicazione di massa (ed i relativi mezzi di diffusione) lo sport è diventato anch’esso un fenomeno di massa. Basti pensare all’impatto che radio e televisione hanno avuto sulla società: se prima solo pochi “eletti” potevano prendere parte ad un evento sportivo negli stadi, successivamente, grazie allo sviluppo inarrestabile dei nuovi mezzi di comunicazione, gli eventi sportivi sono potuti entrare direttamente all’interno delle case. Era cominciata la rivoluzione dello sport.

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Da allora gli spettacoli e l’attività sportiva sono stati utilizzati nelle maniere più disparate: sono divenuti cerimonie per regimi totalitari che se ne sono avvalsi come strumenti di veicolazione ideologica e propagandistica (vedi fascismo, nazismo e stalinismo), hanno avuto decisive ripercussioni sull’economia mondiale grazie alla propagazione di riviste sportive, programmi radio e televisivi, hanno creato nuove figure professionali, ed hanno delineato un nuovo tipo di società, quella mitizzata dalle figure dei nostri atleti e le nostre squadre preferite e pervasa dalla pubblicità e dai media di massa che incidono sempre più nelle nostre convinzioni personali.

Ecco che allora, arrivando alla contemporaneità, è proprio in questo scenario che, se quello che abbiamo ritenuto fondamentale fino ad ora all’interno della nostra realtà si “congela”, ci ritroviamo spaesati, ci facciamo trovare impreparati, ci sentiamo quasi perduti.

A cominciare dalla sicurezza economica. In Italia, secondo l’Istat, 20 milioni di persone praticano attività sportive con più o meno impegno, mentre i tesserati, fra Coni e enti di promozione, sono almeno 12 milioni. Attività irrinunciabili sotto il profilo educativo e della salute, ma pesanti anche come valore economico: il settore genera l’1,8% del Pil nazionale (3,6% con l’indotto) e dà lavoro a più di un milione di persone, per lo più precari, rimasti da un giorno all’altro senza reddito. Inoltre, anche quando finirà l’emergenza coronavirus, restano molte incognite sulla ripartenza di molte attività sportive, dato che molte persone non avranno una stabilità economica tale da potersi associare alle società o per praticare attività fisica all’interno di strutture specifiche. E mentre anche la Lega Calcio chiede aiuti al Governo a causa del crollo degli introiti che in questi anni hanno contribuito a rendere il settore un fenomeno sociale ed economico che dà lavoro a più di 300mila persone, generando l’1% del PIL nazionale (oltre 32 milioni di appassionati seguono il calcio in Italia), il Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora annuncia nel frattempo “destinerò un piano straordinario di 400 milioni di euro allo sport di base, alle associazioni dilettantistiche sui territori, a un tessuto che, sono certo, sarà uno dei motori della rinascita”.

Dati e parole che denotano quanto considerevolmente incida sul reddito del paese il settore sportivo, e come il carburante di questo motore economico provenga da una fetta sostanziosa della popolazione. Non meno importante, poi, è l’aspetto sociale dello stop allo sport. In Italia, come ricordato, più di 20 milioni di persone praticano attività sportiva*, e negli ultimi anni si stava abbassando anche il tasso di sedentarietà della popolazione, che tra l’altro secondo l’OMS è il quarto più importante fattore di rischio di mortalità nel mondo*.

Alla luce di questi dati, allora, cosa possiamo ipotizzare sugli atteggiamenti sociali dovuti alla dura battuta d’arresto dello sport?

Partendo da alcune considerazioni e sensazioni sugli atleti professionisti possiamo dire che un mondo senza la loro primaria realtà possa farli sentire privi di uno scopo, demotivati, oppure allo stesso tempo mantenerli attivi e vivi nell’attività fisica indoor che li proietta in un futuro speranzoso costituito sempre dalla loro consuetudine, nonchè missione di vita. Da questo punto di vista, allora, la tenacia ed i messaggi motivazionali comparsi sui profili social di molti sportivi professionisti sono un indicatore importante sulla solidarietà che si può diffondere in un momento così tragico, guardando comunque ad un futuro sportivo.

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Il campione di MotoGP Valentino Rossi posa per la campagna di solidarietà “distanti ma uniti”.

Per quanto riguarda, invece, tutta quella fetta di popolazione che pratica sport a livello non professionale, sicuramente l’impressione è che la mancanza di un elemento importante della quotidianetà possa ripercuotersi su atteggiamenti più apatici, sedentari, che a lungo termine potrebbero rappresentare un problema per la salute psico-fisica dell’individuo. Inoltre, per quanto riguarda soprattutto gli sport di squadra, il venir meno dell’aspetto relazionale potrebbe portare ad un affievolimento della volontà nell’impegno nella attività fisica in solitaria in casa.

Non da meno il problema sociale dell’allontanamento dalla cultura sportiva. Quante volte ci siamo ritrovati con gli amici al bar per guardare una partita in compagnia? Quelle occasioni all’apparenza erano solo un modo per visionare uno “show”, ma in realtà nascondevano un senso molto più ampio. Commenti, aggregazione, rappresentazione sono tutti, infatti, concetti che determinano in maniera decisiva la nostra relazionalità con il prossimo e quindi di conseguenza la società, ed in mancanza di questi il rischio è quello di perdere “un pezzo” della nostra cognizione relazionale.

Ma non ci sono solo aspetti negativi. Per esempio le nuove tecnologie oggi mettono a disposizione i più svariati metodi per potersi connettere con altri utenti e potersi confrontare quindi, seppur a distanza, su tematiche sportive o intraprendere allenamenti coordinati in compagnia. Inoltre, per la sindrome da nostalgia, sono svariate le piattaforme che hanno messo a disposizione canali o programmi gratuiti sui quali visionare eventi, documentari, e show sportivi, oltre alle app per fare allenamento.

In conclusione, allora, possiamo affermare che possono coesistere due tipi di atteggiamenti in questa fase critica: uno demotivato e remissivo, ed un’altro intraprendente e combattivo. Nel primo si identificano tutti quegli atteggiamenti volti a non rispondere alle condizioni negative derivanti dallo stop, bensì a subirle. Nel secondo, invece, tutti quei comportamenti che cercano di trarre da una obiettiva situazione di disagio una occasione ed una opportunità per crescere mentalmente, fisicamente e socialmente, adattandosi al contesto ed unendosi nell’affrontare le difficoltà attraverso l’utilizzo dell’intelligenza collettiva, quella che anche a distanza servirà per ricercare nuove forme di aggregazione sportiva.

Propenderemmo per il secondo.

.https://sport.sky.it/calcio/2020/03/29/spadafora-aprile-blocco-competizioni-coronavirus

.https://www.corriere.it/sport/20_aprile_01/coronavirus-l-allarme-sport-base-cosi-non-resistiamo-lungo-55e60f5c-737b-11ea-bc49-338bb9c7b205.shtml

.https://www.gazzetta.it/Sport-Vari/30-05-2019/titolo-articolo-caso-altri-titoli-siano-vuoti-viene-copiato-lead-3302060364918.shtml

.http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2177_allegato.pdf

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Published by: Niccolò Ghinassi

Laureato in Scienze Politiche all'Università degli Studi di Firenze, e diplomato presso MCI, Master in Comunicazione di Impresa all'Università degli studi di Siena. Le mie competenze nel mondo della comunicazione e del digitale derivano dalle numerose collaborazioni ed esperienze sul campo, tra le quali spiccano quelle con la Scuola Scienze Aziendali e Tecnologie Industriali Piero Baldesi, l'incubatore di startup Murate Idea Park, e con le emittenti TeleIride ed Italia 7. Appassionato di sport e lettura, attento ai cambiamenti tecnologici in atto, cerco di coniugare le mie passioni con il mio lavoro, in un'ottica di scoperta continua e di approfondimento costante. Sostenitore del diritto di opinione e della solidarietà tra esseri umani, ritengo di estrema importanza il confrontarsi sui temi più urgenti e rilevanti del nostro mondo e della nostra società, perchè da una mente può nascere una grande idea, ma da più menti può nascere un grande futuro.

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