Occasione o frustrazione?

Tempi duri per curare il benessere fisico, psichico e sociale. La speranza di tutti è tornare prima possibile a quella realtà che ci era tanto familiare. Questo sembra l’unico attuale desiderio della nostra società ‘estetica’ dove si cerca di esistere principalmente attraverso lo stare ‘fuori di sé’. Cosa può succedere quando un bel giorno ci svegliamo e siamo costretti a tornare ‘dentro di noi’, a guardare alla nostra interiorità e finalmente riflettere un po’ su quel Sé che fatica a formarsi perché costantemente disperso nelle frammentazioni di una vita quotidiana frenetica? Ammettiamo di conoscere poco la capacità autoriflessiva di quello splendido strumento che abbiamo, la nostra mente. Ne facciamo spesso uso per specchiarci, sulla scia di Narciso, nei nostri bisogni e desideri, ma poco la sfruttiamo per catturare al volo sfumature emotive di sé e dell’altro, per entrare in relazione con una realtà ricca di potenziali possibilità, plasmabile, multiforme, poliedrica.

Flashback. Ritorno con la memoria a due estati fa, mentre annaspavo in una salita vertiginosa per raggiungere una sede dislocata del monastero di Hemis nel piccolo Tibet, una regione quasi lunare dello Stato di Jammu e Kashmir, nell’India del Nord. Mentre sperimentavo una strana sensazione di dispnea con un trekking da tartaruga a quasi 6000 metri di altitudine, incontro un piccolo gruppo di bambini, ad occhio tra i 7 e gli 8 anni di età, scendere di corsa dal sentiero lastricato per l’eremo di Gotsang. Ridono, si spintonano, sembrano fare a gara nella corsa in discesa. Si sentono solo le loro voci rimbombare ad eco tra le pareti scoscese delle montagne ai lati del sentiero. Io non sapevo chi vivesse all’eremo e cosa avrei incontrato, solo che non ci pensavo ancora: avevo la mente occupata unicamente dal pensiero di come trovare ossigeno sufficiente per arrivare in vetta o in alternativa lasciare la sfida e tornare a valle. Così per l’occasione o per un briciolo di voglia di certezza rimasta, fermo il bimbo più lento e inizio a chiedergli cosa ci fa in quel posto dimenticato dal mondo, metà in inglese, sperando in una corrispondenza, metà a gesti. I bambini si stanno preparando a diventare monaci tibetani e percorrono quella strada dal monastero base all’eremo tutti i giorni più volte, come esercizio di formazione. Perché? Sono ancora confusa, non riesco a capire, forse per la carenza di ossigeno, forse per il background culturale occidentale distante anni luce da quella mentalità. Poi comprendo e apprendo, o almeno cerco di farlo: sempre la stessa strada, lo stesso impervio sentiero, le stesse scoscese montagne, lo stesso freddo cielo, la stessa corsa affannata, ma ogni volta è possibile renderli sempre nuovi, unici, insostituibili, speciali. Dovevo andare in debito di ossigeno per farmi insegnare da dei bambini questo miracolo e sperimentarlo in modo che il concetto rimanesse impresso nella mia memoria e segnato sul mio corpo per sempre.

In questo tempo di epidemia, dove sembra di essere immersi in una puntata della serie Dark, con passato, presente e futuro dalle caratteristiche immutabili, immobili, in un periodo sospeso nell’incertezza tra cosa abbiamo fatto e cosa faremo, l’unica strada da percorrere sembra essere quella della frustrazione dei nostri più naturali desideri, scopi ed obiettivi. Solo adottando un altro punto di vista si può ben pensare che questo possa essere un tempo adatto alla scoperta di quel misterioso ‘nuovo’ che ogni giorno il quotidiano ci nasconde ma che spesso non siamo in grado di cogliere ed apprezzare. E forse aveva proprio ragione Freud a ritenere che la frustrazione fosse utile allo sviluppo dell’Io e al suo adattamento alla realtà. In quello che ci appare come frustrante si cela spesso l’indicazione di una crescita nel livello personale di complessità cognitiva, o per dirla all’orientale, di saggezza.

Quel piccolo monaco cresciuto tra anguste valli di impervie montagne aveva qualcosa di valore da insegnarmi. Come ora, sicuramente, le restrizioni di una quarantena piombataci dall’alto in un battibaleno e quella sensazione quotidiana di sentirsi in prigione, distanti dalla possibilità di cogliere occasioni per crescere in relazioni sociali autentiche e costruttive, qualcosa da insegnare ce l’hanno. Forse si tratta della semplice occasione di imparare a guardare la stessa realtà con occhi sempre diversi, forse è l’invito a tornare a far propria quella voce che ci suggerisce la possibilità che sempre abbiamo di ‘far nuove tutte le cose’. Cogliere questa occasione sta soltanto a noi.

Giulia Mirossi

Published by: Matteo Innocenti

Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Firenze. Medico in formazione specialistica cialistica in Psichiatria. Iscritto alla Scuola di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale di Firenze. Esperto di Cambiamento Climatico e del suo effetto sulla salute fisica e mentale. Appassionato di Geopolitica. Se riesco a fare tutto in tempo faccio Sport. Assiduo frequentatore di campetti di basket. Quando sono triste ascolto musica Indie o dipingo autoritratti astratti. O faccio entrambe le cose. Sono perennemente alla ricerca di qualcosa, ma non ho ancora ben capito cosa.

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