Il senso del vuoto – Angoscia e speranza ai tempi del COVID-19

Sono quasi un sentirsi postumi, questi giorni di sospensione e di attesa. Da fuori giungono notizie che parlano della necessità di difendere la nostra incolumità e la soglia di casa, un tempo principio delle nostre esistenze, diviene il termine della zona sicura, estremo limite di un ventre materno che sembra sempre più fragile e sempre meno capace di proteggerci. Dunque, siamo. Esistiamo. Non possiamo dire di più. Abbiamo lasciato le nostre vite in un angolo, come la valigia dell’attore in quella canzone di De Gregori, in attesa di recuperarle in tempi migliori, quando sarà di nuovo possibile abbracciarsi, come dice il Presidente del Consiglio nei discorsi televisivi, e sentiamo forse di aver smarrito la nostra individualità, ciò che ci consentiva di avanzare nel mondo con un volto diverso dagli altri, con un obiettivo diverso dagli altri, con un nostro senso che ci consentisse di avvertire la nostra unicità.

In questo tardivo ventre materno, tutto diviene nuovamente potenza. Tutto ciò che abbiamo realizzato è troppo lontano per essere raggiunto e dunque viviamo solo in potenza, una potenza che potrà attuarsi in futuro, forse, o forse mai – troppe le incognite, l’evolversi dell’epidemia, le condizioni economiche del Paese, il momento in cui finirà tutto (alcuni parlano di metà Aprile, altri dell’estate, altri non sanno o preferiscono tacere). Kimura Bin, nei suoi testi, parla dell’angoscia del vivere ante festum dello schizofrenico, che anticipa costantemente un pericolo che si potrà attualizzare in un futuro incerto, e di quella del vivere post festum del melancolico, smarrito nel ripercorrere ininterrottamente il passato, ricercandovi le proprie colpe e i propri errori. In fondo, in questo momento di stasi partecipiamo di entrambe le angosce. La festa della normalità della nostra esistenza è passata e la sua assenza lascia il vuoto che vive chi, come dice Masha all’inizio del Gabbiano, indossa il lutto per la propria vita, l’infelicità per un flusso che ha smesso di scorrere. Al tempo stesso, la festa per il recupero di tale normalità è lontana e il suo raggiungimento è minato da paure per ciò che potrebbe accadere fino ad allora.

Galleggiamo in attimi senza direzione ed è difficile sentire il movimento interno dell’esistenza, in questi giorni in cui il tempo è scandito solo dai decreti, dal telegiornale delle 20 che non porta mai buone notizie, dal silenzio di chi un tempo dava risposte. Le Chiese chiuse attendono una Pasqua silenziosa e ci si chiede se ci sarà davvero resurrezione, se davvero si potrà tornare a vivere come prima, come se nulla fosse accaduto.

Eppure, quasi insensibilmente, torniamo a muoverci. Torniamo a dare un significato a ciò che ci circonda, a ricostruire la nostra identità nel vuoto che ci ha invasi e dunque suoniamo alle finestre o decidiamo di non farlo, ironizziamo sull’inattività e ci sediamo di fronte a chi da tempo non riuscivamo più a incontrare e troviamo infine la possibilità di ascoltarlo, di raccontargli dove ci ha condotto nel frattempo la nostra storia e di apprendere la sua. Dopo il primo momento di sospensione e di vuoto, riorganizziamo il nostro senso includendovi la costrizione a rimanere a casa e forse a un certo punto diventerà questo nuovo senso la normalità, la festa di cui si parlava poc’anzi. Per ora, tocca costruire sul nulla, facendo nostra quella frase del muratore di Amarcord che dice “Mio nonno fava i mattoni, mio padre fava i mattoni, fazzo i mattoni anche me… Ma la casa mia dov’è?” E in questo ricostruire ripartiamo e si placa l’angoscia, perché, se vivere è costruirsi, in fondo abbiamo solo lasciato un cantiere più avanzato per un altro appena iniziato, sapendo che la nostra casa non sarà mai completa e sperando di arrivare ad Itaca, al compimento del senso e della costruzione, il più tardi possibile, come ci augura quella poesia di Kavafis.

Published by: thelikelylad

Sono un musicista; la musica ti si appiccica addosso come una seconda pelle, quando hai iniziato a respirare l'aria del palco a sei anni (facevo parte del coro dei bambini per la Bohème al teatro Comunale di Firenze) e quando a poco a poco quell'odore di legno invecchiato e polvere finisce per diventare l'odore di casa. Suono soprattutto quella che con un termine scorretto viene chiamata musica classica, adoro Beethoven, amo Verdi e vorrei dare pieno sfogo al mio lato represso di fan dell'opera cimentando il mio contrabbasso con una Traviata o una Cavalleria Rusticana. Ancora non ci sono riuscito, ce la farò. Ho un animo anacronistico, del resto vivo a Firenze, che si culla nel suo passato e a volte lo fa riemergere quando, nelle giornate d'ottobre, sali verso il Forte di Belvedere e senti nelle strade deserte il suono di un altro tempo, di un tempo in cui si potevano cogliere i dettagli della vita e in cui il vivere non era scandito dalla frenesia odierna. Amo quegli echi. A volte vorrei fermare il tempo, come nelle immagini disegnate dai monologhi delle Onde di Virginia Woolf o come il desiderio che condanna Faust e che gli fa dire "Attimo, fermati, sei bello!". Ma mi accontento dei piccoli frammenti di passato che riesco a cogliere nel presente e dei pomeriggi d'autunno a guardare le statue di Folon al giardino delle rose sotto Piazzale Michelangelo. Amo leggere e scrivere. Al momento, dopo la lettura di Festa mobile di Hemingway, vorrei trovare un mio angolo di Firenze, qualche biblioteca, qualche caffé, in cui riprendere la stesura di qualcosa che duri più delle due-tre pagine che riesco a riempire di solito. Anni fa, al momento di iscrivermi all'Università, avrei voluto fare Lettere; ho invece studiato Medicina e ho scoperto che in fondo non era poi così diverso. Avrei voluto scrivere e invece ho finito per ascoltare, per ascoltare le storie che le persone, nei momenti di massima fragilità, confidano e che impari a portare con te, con il loro carico di delusioni, di sogni infranti, della gioia di un compito ben fatto. E ho capito che alla fine ascoltare è il primo passo per scrivere. Sono un lettore accanito, come dicevo. Passato il periodo di bovarismo adolescenziale, in cui ho ricercato l'amore nelle pagine di Stendhal e dei romanzi russi, al momento preferisco il cinismo di Nick Hornby e il fascino sottile di Murakami. Amo molto Modiano, i suoi personaggi che appaiono e svaniscono nella nebbia parigina per rimanere poi figure confuse nel rimpianto di una giovinezza perduta, adoro Izzo e la sua Marsiglia dove i popoli si incontrano e si scontrano, ciascuno con la sua storia e con i suoi racconti.

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