Diritti e pene ai tempi del coronavirus: i decreti emergenziali

In tempi di grandi emergenze socio/sanitarie ogni giorno che passa porta con sé novità difficilmente prevedibili. Le misure che il governo italiano ha adottato nei convulsi giorni che si sono susseguiti dal primo focolaio di COVID-19 nella zona di Codogno sono apparse ai più confuse e disorganiche ma sono il normale esito di qualsiasi situazione emergenziale. Si può dire senza paura di essere smentiti che nessun modello di società è mai veramente pronto ad affrontare un nemico sconosciuto. La Storia dirà più avanti se l’Italia ha fatto davvero il possibile per contenere la diffusione del coronavirus quello che è certo è che il governo Conte ha adottato una serie di provvedimenti via via sempre più restrittivi per la libertà personale e lo ha fatto in nome di quel primario diritto alla salute che è nella nostra Costituzione posto al gradino più alto nella comparazione fra diritti confliggenti. Per essere ancora più chiari si può dire che le misure introdotte nei primi giorni di Marzo sono talmente restrittive che trovano la loro ammissibilità solo in casi eccezionali di sicurezza (si pensi allo scoppio di una guerra) e salute pubblica. Al carattere dell’eccezionalità di queste misure si lega quello della delimitazione in un arco di un tempo il più possibile ristretto (nel momento in cui si scrive il 3 Aprile) e la loro rivalutazione dovrà avvenire con l’evolversi dell’emergenza.

In questo senso il governo ha adottato un decreto legge (il n. 6 del 2020) e ne ha rimesso l’attuazione a decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, ma aldilà della procedura normativa che a tratti non sembra del tutto accettabile costituzionalmente (troppo generico il decreto legge e troppo specifici i dpcm) deve essere chiaro che qualsiasi diritto di rango costituzionale, si pensi appunto alla libertà personale, alla libertà d’impresa, alla libertà di circolazione, alla libertà di riunione e di associazione, soccomberà di fronte al più fondamentale diritto alla vita nella sua forma essenziale del diritto alla salute. 

La stessa Corte Costituzionale in più di un’occasione ha ribadito che l’iniziativa economica privata è sì libera e di rilievo costituzionale ma che non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza e alla salute pubblica. Mai come in questo caso è proprio l’attività privata a creare un rischio per la salute dei cittadini almeno nelle forme che comportano un assembramento o la vicinanza tra le persone e indipendentemente che ciò avvenga davanti ad un bar o all’interno di una fabbrica che non è in grado di garantire adeguate distanze di sicurezza fra i dipendenti. Riguardo quest’ultimo punto non devono allora sorprendere gli scioperi di alcuni operai della TNT, poi seguiti da altri, costretti a continuare a lavorare senza le tutele necessarie a garantire il loro diritto alla salute. 

In ogni caso il successo delle restrizioni contenute nei decreti gioca su due fattori classici nella storia di una società di diritto,  da una parte il senso civico e del dovere del cittadino, dall’altra la minaccia di una punizione. Sul primo punto si è subito notata una netta differenza di atteggiamento fra il cittadino italiano, da sempre restio a simili misure di contenimento, e quello cinese che pedissequamente ha adottato tutte le misure che il suo governo gli aveva imposto. Certo si potrà opporre a questa considerazione il fatto che la Cina sia sostanzialmente una dittatura e un modello di chiusura totale non è riproponile in un società occidentale e democratica ma questo non è il punto. 

L’atteggiamento, almeno in un primo momento, di un gran numero di cittadini italiani ha mostrato una grave mancanza di presa di coscienza dell’importanza di queste misure di contenimento e più in generale ha fatto emergere una mancanza di quel famoso “senso delle istituzioni” che mai come in questo periodo è stato citato dai notiziari di casa nostra : mercati affollati, bus pieni, bar abusivi oltre all’esodo verso le città del sud Italia apparentemente meno colpite dal virus hanno permesso alle persone di continuare ad assembrarsi e ricongiungersi in barba alla richiesta, quasi disperata, di rimanere a casa e limitare il più possibile i contatti sociali. Sia chiaro, chi scrive ha sempre avuto un rapporto difficile con il sistema istituzionale e ne ha più di una volta sofferto alcuni meccanismi ma mai come in questa occasione è necessario riscoprirsi (o forse scoprirsi) cittadini: cittadini consapevoli che ogni comportamento del singolo sarà la salvezza o la fine di una/cento/mille altre persone.

In ogni caso quando una società manca di senso civico le istituzioni democratiche da sempre fanno ricorso al meccanismo punitivo. Qui la situazione in parte si complica per il semplice fatto che i decreti ministeriali in esame presentano termini non canonici nel nostro sistema penale: ci basti vedere il decreto dell’8 marzo che parla di “EVITARE ogni spostamento delle persone fisiche salvo che per  gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero spostamenti per motivi di salute…” oppure per quanto riguarda i soggetti con sintomi respiratori o febbre per i quali è “FORTEMENTE RACCOMANDATO di rimanere presso il proprio domicilio e limitare al massimo i contatti sociali…”. Ecco di fronte ad una terminologia paternalistica più che giuridica l’interprete fa fatica a capire quale siano le conseguenze nel momento in cui queste raccomandazioni non vengono seguite e sarebbe bastato utilizzare il termine è VIETATO in luogo di termini estranei al linguaggio del diritto. Ad ogni buon conto se un soggetto venisse sorpreso a spostarsi dalla propria abitazione senza un giustificato motivo incorrerà secondo quanto previsto dal dpcm dell’8 Marzo nel reato di cui all’art. 650 c.p il quale prevede che “Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o d’igiene, […] è punito, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a euro 206.” Qualora invece si adducesse un motivo allo spostamento poi dimostratesi falso si può incorrere nelle ulteriori conseguenze di cui all’art. 483 c.p il quale dispone che “Chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, è punito con la reclusione fino a due anni.” In questo caso entra in gioco il contenuto della giustificazione scritta da consegnare al pubblico ufficiale in caso di controllo. Si potrebbe allora pensare che il non avere con sé la giustificazione possa evitare la possibilità di incorrere in un eventuale falso ideologico ma è stato chiarito che ad ogni controllo effettuato, qualora non si abbia il modulo, questo verrà consegnato dal pubblico ufficiale e dovrà essere compilato e consegnato sul posto. 

Per quanto riguarda invece i soggetti in quarantena obbligatoria domiciliare perché postivi al COVID-19 è possibile incorrere, secondo quanto specificato da una circolare ministeriale sempre di Domenica 8 Marzo, nel reato di cui all’art. 452 c.p cioè nel reato di epidemia colposa. Una piccola condirezione su quest’ultimo punto: il reato richiamato dalla circolare ministeriale richiede l’ ”aver cagionato un’epidemia” elemento del reato che deve dunque essere dimostrato perché si possa procedere alla sanzione, sembra però difficile un’applicazione in concerto di questa norma visto che l’epidemia (anzi la pandemia) è già in atto e viste le difficoltà oggettive, probabilmente insormontabili in questa situazione di “guerra”, di risalire al nesso causale fra soggetto che è uscito dalla quarantena e soggetti eventualmente contagiati. 

Se questa è la risposta penale che ha immaginato il governo una risposta democratica di più ampio respiro dovrà essere l’obbiettivo per il futuro che ci attende una volta superata la tempesta. In un pianeta in cui l’uomo tende a invadere e distruggere ecosistemi sempre più fragili, in cui la natura sembra non avere più il suo spazio e in cui molti Paesi non hanno alcuna intenzione di fermare la propria crescita in ragione della comune questione ambientale il rischio di sviluppare nuove malattie, nuove carestie e nuove emergenze è mai come oggi un rischio certo. In questo scenario allora anche i meccanismi democratici a cui tanto ci attacchiamo andranno rivisti. La democrazia è un valore enorme ma dovrà anche essere in grado di rispondere prontamente alla prossima sfida che un mondo ormai devastato ci metterà di fronte. Un primo assaggio lo abbiamo avuto in questi giorni, quello che sta succedendo ha poco a che fare con la società che vorremmo, una società in cui le decisioni sono partecipate, i tempi sono dilatati e i progetti si fanno a lungo termine. Abbiamo perso la libertà per cercare di sopravvivere e tutto ciò accadrà di nuovo. Di fronte ad una nuova crisi tornerà la paura, torneranno le imposizioni, i divieti e torneranno quelle decisioni da “stato di necessità” che appaiono così lontane dai classici percorsi democratici. Non c’è niente di peggiore che correre il rischio di vivere un’emergenza perenne, in cui l’eccezione alla democrazia diventa il marchio di quotidianità. Per queste ragioni proprio le istituzioni democratiche più rappresentative, quando la pace tornerà, quando l’economia e le borse riprenderanno la loro galoppata verso una corsa che sa d’illusione, dovranno avere ben chiaro che i temi decisivi che riguardano il futuro dell’umanità sono quelli sanitari e ambientali e su questi dovranno investire risorse, energie e idee. Un auspicio la cui realizzazione si scontra purtroppo con la realtà: per superare questa sfida, per rispondere a minacce globali servono risposte globali e si capisce bene quanto sia difficile che ciò avvenga. La speranza però è che questo assaggio di futuro sia per una volta occasione per capire chi siamo e dove dobbiamo andare. 

Francesco Nirani

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