COVID-19:l'opportunità della paura, l'esempio dello sport

Paura. Si può reagire in svariati modi di fronte a questa astratta parola che tocca in questi giorni sempre di più la nostra mente, il nostro corpo. Si ha paura per quello che non si conosce, si ha paura per quello che si conosce, si ha paura senza dimostrarlo, non si ha paura anche se ci piacerebbe averla, si ride e si cerca di esorcizzare la paura, la paura ci fa essere vivi.

In qualche modo, in qualche strana circostanza di questo nostro transito terreno, la paura ricopre una parte importante della nostra vita. Questo non vuol dire che si deve “vivere nella paura” o “vivere di paura”, ma, al contrario, che dalla paura possiamo trarre delle opportunità, delle soluzioni, dei nuovi spunti, delle nuove vie.

In queste difficili settimane, nelle quali anche il nostro Paese si è trovato a fronteggiare ed a dover fare i conti col nemico trasparente, il subdolo Covid-19, stiamo riscoprendo un rapporto polivalente con questa parola, paura, che ci ridefinisce come esseri umani e come società. Se da un lato, infatti, la paura a volte ci divide, ci stigmatizza, ci tormenta, da un altro ci unisce, ci fa capire, ci riscopre simili, lascia da parte i nostri orticelli, il nostro egoismo, le nostre cose sulle quali poniamo tutta la nostra attenzione nel quotidiano, ma che in momenti come questi ci accorgiamo in realtà essere effimere, e lascia spazio alla prospettiva più nobile dell’uomo.

Ciò è avvenuto, avviene ed avverrà anche nel mondo dello sport, dove la paura in questa esperienza di stop forzato di tutte le attività sul territorio, all’inizio non è stata percepita, mentre in seguito, oltre ad esser stata riconosciuta come legittima, è diventata addirittura un valore aggiunto ed una opportunità per lanciare un messaggio incisivo, solidale, storico a suo modo.

Ciò non si riscontra solamente nei numerosi spot che guardiamo alla televisione nel corso delle nostre quarantene, e nei quali molti campioni dello sport si uniscono nel messaggio della prevenzione e della speranza, ma anche in atteggiamenti condivisi che fanno riaffiorare i veri valori sui quali si basa l’attività sportiva: partecipazione, supporto, aggregazione, fratellanza, speranza, solidarietà.

Certo, inizialmente (causa l’ignoranza in materia sanitaria e l’ipotesi di una psicosi diffusa) ci sono stati anche atteggiamenti non certo esemplari di alcuni simboli dello sport mondiale, come ad esempio quello di Rudy Gobert, il centro degli Utah Jazz militante in NBA, il massimo campionato cestistico americano e mondiale, che a seguito di un’intervista sottovalutando la situazione ha toccato tutti i microfoni dei giornalisti e della sala stampa. Ironia della sorte: Gobert è risultato positivo poco dopo al Coronavirus, ed ha chiesto pubblicamente scusa per il suo gesto, donando inoltre  500.000 dollari in parte ai dipendenti della Vivint Smart Home Arena, il palazzetto degli Utah Jazz, e in parte ai servizi sanitari che si stanno occupando di contenere il COVID-19 a Salt Lake City, Oklahoma City (dove lui e i suoi compagni sono stati sottoposti al tampone) e nella “sua” Francia.

E qui ci si aggancia all’esempio che può davvero dare lo sport in questo momento terribile. Perché sostanzialmente nel nostro mondo fatto di simboli, archetipi ed allegorie sociali, siamo abituati a percepire gli sportivi come eroi, emblemi del bene e dell’assoluta perfezione, personaggi da seguire e da imitare, e riponiamo spesso la nostra fiducia e la nostra speranza in loro, dimenticandoci però che alla fine dei conti sono esseri umani, proprio come noi. Fortunatamente questo non se lo dimenticano in questi frangenti però molti sportivi, che saggiamente ci rammentano che se proprio dobbiamo creare dei miti, degli eroi, in questo caso dobbiamo rifarci a quelli più tangibili: i medici, gli infermieri, tutta la sanità e tutti gli addetti del settore che stanno combattendo 24 ore su 24 da settimane per cercare di darci un futuro.

Sui social riecheggia già questo messaggio di gratitudine sugli account degli sportivi di mezzo mondo, atleti che comunque non si stanno limitando solo a messaggi di ringraziamento, speranza e di responsabilità (che in ogni caso si rivelano estremamente importanti da parte di personaggi che sociologicamente possono indirizzare gli atteggiamenti dei cittadini), ma stanno facendo molto, molto di più: tantissimi i calciatori ad esempio che stanno utilizzando varie piattaforme online per effettuare donazioni, tra i quali Pazzini, il centravanti del Verona che ha chiesto un contributo per aiutare il reparto di terapia intensiva di Verona,  Di Lorenzo, il difensore del Napoli che ha versato un contributo all’ospedale Cotugno di Napoli, Petagna che ha aperto una campagna di crowfunding, Paulo Dybala, che ha partecipato attraverso GoFundMe alla campagna di solidarietà promossa da Chiara Ferragni e Fedez, Boateng, Zaniolo, Immobile e tanti, tantissimi altri giocatori che stanno contribuendo a sorreggere il sistema sanitario nazionale e del mondo in questo momento così critico.

Ed anche i club non sono da meno: l’Inter e il Gruppo Suning, ad esempio hanno deciso di donare alla Protezione Civile 300.000 mascherine ad uso medico e altri prodotti sanitari al fine di fronteggiare l’emergenza legata alla diffusione del contagio, la Roma ha aperto una raccolta fondi su GoFundMe per raccogliere fondi da devolvere all’ospedale Spallanzani, il Milan ha istituito una raccolta per supportare gli sforzi di AREU, l’agenzia impegnata nell’assistere chi è stato colpito dal Covid-19 in Lombardia, oppure spostandosi in ambito cestistico come non citare le franchigie NBA che hanno deciso, nonostante il torneo sospeso, di pagare gli stipendi degli addetti ai lavori dei propri stadi (vedi Golden State Warriors e Dallas Mavericks per citarne alcune).

Insomma, in uno dei momenti più cruciali della storia contemporanea lo sport sta dimostrando di rispondere SI alla richiesta di aiuto del mondo, e nella maggior parte dei casi le scelte sono state responsabili ed allineate alle direttive generali, sospendendo i campionati e cominciando a programmare il “dopoguerra”, nel quale non si terranno manifestazioni di rilievo come Europei calcistici o Olimpiadi, per dare la priorità, invece, alla riorganizzazione dei campionati interni dei paesi e, di conseguenza, all’economia (legata allo sport) dei vari stati, seppure in un clima di estrema incertezza e di paura.

Paura dunque, paura del non aver ben chiara ancora la situazione, paura dell’esser in trincea, in guerra contro un nemico invisibile, paura del non poter gioire dello stare assieme, fianco a fianco, in un campo, in uno stadio, in una palestra. Paura che ci insegna, paura che ci attiva, paura che ci fa calpestare vecchie/nuove vie, quelle della comunità, quelle del riscoprire legami reali anche proprio attraverso il web ad esempio che spesso li nega, quelle dell’aiutarci a vicenda senza nessun tornaconto, quelle in sostanza di riscoprirci umani, grazie alla paura, che nel caso dello sport sta attivando quello che ci mancava o che stavamo erroneamente tralasciando, quello che è davvero l’essenziale, per ciascuno di noi, e che si spera possa essere la “pietra d’angolo” nel nuovo mondo che verrà dopo quest’incubo, che verrà dopo la paura.

Published by: Niccolò Ghinassi

Laureato in Scienze Politiche all'Università degli Studi di Firenze, e diplomato presso MCI, Master in Comunicazione di Impresa all'Università degli studi di Siena. Le mie competenze nel mondo della comunicazione e del digitale derivano dalle numerose collaborazioni ed esperienze sul campo, tra le quali spiccano quelle con la Scuola Scienze Aziendali e Tecnologie Industriali Piero Baldesi, l'incubatore di startup Murate Idea Park, e con le emittenti TeleIride ed Italia 7. Appassionato di sport e lettura, attento ai cambiamenti tecnologici in atto, cerco di coniugare le mie passioni con il mio lavoro, in un'ottica di scoperta continua e di approfondimento costante. Sostenitore del diritto di opinione e della solidarietà tra esseri umani, ritengo di estrema importanza il confrontarsi sui temi più urgenti e rilevanti del nostro mondo e della nostra società, perchè da una mente può nascere una grande idea, ma da più menti può nascere un grande futuro.

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